Il Fiore, Valerio Verbano

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29 Febbraio 1980: la lettera depistatoria a una settimana dall’omicidio di Verbano

Il 29 febbraio 1980 giunge in questura una lettera anonima che accusa Valerio di essere un delatore. È forse l’ennesima azione di depistaggio. Chi scrive questa lettera? Che collegamenti ha con la prima rivendicazione firmata dai Gruppi Proletari Organizzati Armati?

La lettera, redatta a mano e piuttosto pasticciata, è scritta in prima persona:

Dettato dalla mia coscienza, e malgrado il mio burrascoso, ingrato passato, mi sento in dovere di riferire e precisare alcune circostanze relative all’assassinio del mio amico e compagno Valerio Verbano in via Monte Bianco. Sono stato per lungo tempo a fianco di questo amico e compagno, compiendo insieme una lunga catena di aggressioni e regolamenti, giusti o non giusti. Ma adesso basta: non mi sento più di seguitare; e tanto meno di vedere accusati e condannati degli innocenti, malgrado siano essi nostri avversari politici.

Chi ha ucciso Valerio non è stato qualcuno dei Nar come è stato pubblicato, ma bensì un nostro stesso compagno che si trovava pochi passi avanti a me. Le telefonate sono false per mascherare la verità, e fatte dalla stessa persona che ha sparato; cioè lo stesso che era stato tradito e additato dall’ucciso durante la sua detenzione in carcere. Un regolamento di conti sfociato nel sangue. Non fo il mio nome perché altrimenti mi farebbero fare la stessa fine di Valerio. Io, dopo tanti anni, solo da poco ho trovato lavoro. E ho moglie con due figli. Voi mi capite… mi raccomando indiscrezione…(Così nell’originale, nda)1.

Questa lettera muove nuovamente, al pari del primo comunicato di rivendicazione dell’assassinio, delle accuse contro i compagni di Valerio, proseguendo così l’azione di depistaggio, che ha l’effetto nefasto di convincere gli inquirenti che la pista dell’omicidio compiuto da militanti di sinistra non sia affatto da escludere. Allo stesso tempo però gli inquirenti non faranno nulla per rintracciare l’autore della missiva. Assolutamente nulla. Perché?

Ma su chi e perché aveva scritto quella lettera non ci sarà nessuna nuova indagine fino a 32 anni dopo.

Poi il Primo Ottobre del 2012 il ROS- Reparto anticrimine di Roma, invia una

lunga informativa riepilogativa al PM Amelio che sta portando avanti le nuove indagini sull’omicidio di Verbano:

Ne riporto alcuni passi:

“A prescindere dai contenuti della missiva, che, come indicato, risultava manoscritta con penna di colore blu, venivano rilevati possibili preliminari elementi di compatibilità autografica tra lo stesso documento e la firma posta in calce al verbale di perquisizione domiciliare effettuata il 18 giugno 1981, durante le prime indagini sull’omicidio di Verbano, presso l’abitazione di Tanzini Valter da parte di “Tanzini Rossi Maria”, madre di quest’ultimo.

Tanzini Valter, come indicato, emergeva nell’ambito dell’attività di indagine svolta da questo reparto anticrimine e dall’analisi del copioso materiale rinvenuto all’interno dei fascicoli processuali direttamente o indirettamente riconducibile all’omicidio di Valerio Verbano, vittima nonché dall’ambiente politico in cui il fatto delittuoso veniva organizzato e poi portato a termine.

Un ulteriore imprescindibile chiarimento va effettuato in relazione alla persona di Tanzini Valter e alla possibile attribuzione della suindicata lettera anonima alla madre di quest’ultimo, che, in caso di compatibilità, gli attribuirebbe la sicura conoscenza di uno degli autori: «Cioè lo stesso che era stato tradito e additato dall’ucciso durante la sua detenzione in carcere».2

Il 19 marzo del 2013, in una breve nota di 3 pagine del ROS, si parla nuovamente di questa lettera, con noncuranza quasi:

“Richiesta di effettuare una perizia grafologica tra i caratteri di autografia della madre di Tanzini Valter, tra parentesi Tanzini Rossi Marisa, con quelli presenti nella lettera anonima inviata il 29 febbraio 1980 alla Digos della Questura di Roma, che potrebbe far rilevare il coinvolgimento dello stesso nella vicenda dell’aggressione del 22 febbraio 1980 a Valerio Verbano”3.

Ma come fa il ROS a ipotizzare, a 33 anni di distanza, che l’autrice sia la madre di un personaggio minore della destra eversiva? Uno che era stato solo appena sfiorato dalle indagini degli anni 80?

Qualcuno sta parlando con il ROS?

A tutt’oggi non c’è stata nessuna spiegazione, nessuna.

Quello che è importante sottolineare è che il PM Amelio non ordina nessuna perizia grafologica, nonostante la richiesta scritta di un tenente colonnello del ROS.

Perché?

Il PM non risponde a questa richiesta e così, come 33 anni prima, la lettera viene seppellita nel dimenticatoio.

Nessuno, poiché le indagini sono in corso e questa informazione importante non esce dall’ufficio della Procura, sa di questo sospetto del ROS sull’autrice della lettera.

Fino al settembre del 2019, ben 6 anni e mezzo dopo, quando finalmente abbiamo accesso agli atti delle indagini, stante la richiesta di archiviazione avanzata dal PM Amelio al GIP Francesco Patrone.

L’avvocato di Carla Verbano si oppone alla richiesta di archiviazione e chiede al GIP di far svolgere finalmente la perizia grafologica.

Innanzitutto per verificare che l’informativa riepilogativa del 1/10/12 dei carabinieri in cui hanno dato atto della somiglianza tra la grafia della madre di Tanzini, e la lettera anonima manoscritta del 29/02/1980, sia la stessa.

Poi, una volta verificata l’autrice, per scoprire se la lettera fosse stata scritta al fine di porre in essere un tentativo di depistaggio, accusando i compagni di Verbano dell’omicidio, verosimilmente al fine di scongiurare l’incriminazione del figlio.

Il 16 dicembre del 2020 il PM Amelio incarica la prof.ssa Gnasso Paola di svolgere la perizia grafologica che la consultente consegnerà circa un mese dopo, il 21 gennaio del 2021, confermando dopo una lunga disamina, quanto già scritto dal ROS ben 9 anni prima: “l’autore della firma è l’autore della missiva”.4

Il 24 febbraio 2020, circa un mese dopo, il ROS – Reparto Anticrimine di Roma – si reca presso l’abitazione di Marisa Rossi Tanzini per procedere alla redazione di un verbale di sommarie informazioni testimoniali. La signora, come prevedibile, dichiara due volte di non essere l’autrice della lettera manoscritta:

“Non riconosco la lettera che mi mostrate in copia, non sono stata io a scriverla, anche perché è la prima volta che la leggo”.

“Confermo che non sono io l’autrice della lettera anonima che mi avete mostrato e che ho letto. Non ritengo assolutamente che la grafia della lettera anonima sia la mia”.

Il 5 marzo 2021, Valter Tanzini veniva convocato presso la Stazione Carabinieri Roma Fidene per essere escusso a sommarie informazioni testimoniali. Nel corso dell’atto, gli operanti gli mostravano la lettera anonima e gli rivolgevano specifiche domande in merito. Alla domanda se avesse mai visto la lettera e se fosse in grado di riferire chi potesse averla scritta, Tanzini dichiarava:

“Non ho mai visto prima d’ora la lettera anonima che mi mostrate e non sono in grado di riferire chi possa averla scritta.”

Successivamente, gli veniva rappresentato che la grafia della lettera anonima era stata comparata con la firma apposta da sua madre, Tanzini Maria Rosa, nel verbale di perquisizione domiciliare del 18 giugno 1981, e che l’esito dell’accertamento aveva stabilito, con certezza peritale, la riconducibilità della medesima mano sia alla firma sia alla missiva anonima. Invitato, pertanto, a riferire se la lettera potesse essere stata scritta dalla madre e per quale motivo, Tanzini dichiarava:

“Escludo che possa essere stata mia madre a scrivere la lettera anonima che mi mostrate. Non ritengo che mia madre, che ha studiato poco, possa essere stata in grado di scrivere una lettera come quella che mi mostrate, anche se noto effettivamente delle somiglianze tra la grafia di mia madre e la lettera anonima.”

Alla ulteriore domanda se ritenesse che qualcuno potesse essersi rivolto alla madre per farle scrivere la citata missiva anonima, rispondeva:

“Non sono a conoscenza che qualcuno si possa essere rivolto a mia madre per farle scrivere la missiva anonima. Apprendo solo ora dell’esistenza di questo scritto e, al momento, non so indicarvi alcun particolare utile in merito.”

Il Gip, in accordo con il PM, archivia il 30 novembre del 2021 non ritenendo ci fossero gli elementi per ulteriori indagini e men che meno per chiedere un rinvio a giudizio.
Ma le indagini su Tanzini non finiscono qui.

1Archivio del giudice istruttore, Tribunale di Roma, fasc. 589/80A, questura di Roma, 29 febbraio 1980.

2ROS, reparto anticrimine di Roma, nota numero 101/1-259 del 1º ottobre 2012,

3ROS, reparto anticrimine di Roma, nota numero 101/1-259 del 19/03/2013,

4Procura della Repubblica di Roma – Procedimento n. 6391/11-P.M. Dott. E. Amelio, pag 20 di 20

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Vietata la presentazione del mio libro al Liceo Ripetta

PROTESTA AL LICEO RIPETTA DI ROMA. Antifascismo e sessismo? «Serve il contraddittorio». La preside cassa i corsi dell’autogestione, gli studenti scioperano


Sara Ramzi
26 febbraio 2026 • 17:46Aggiornato, 26 febbraio 2026 • 18:05

Tra i laboratori dell’autogestione cancellati c’è quello con l’autore del libro su Valerio Verbano, militante antifascista ucciso a Roma nel 1980. Poi un approfondimento su referendum e dl sicurezza, un corso di teatro antisessista. L’assemblea degli studenti: «Abbiamo ricercato il confronto e il dialogo, abbiamo trovato solo chiusura e imposizione»

Vietate le discussioni su antifascismo, referendum sulla giustizia e Palestina. Al liceo artistico Ripetta di Roma monta la protesta delle studentesse e degli studenti dopo la cancellazione di vari laboratori previsti durante la settimana di autogestione nell’istituto.
Nonostante l’approvazione del programma delle iniziative da parte del consiglio d’istituto, avvenuta lo scorso 18 febbraio, la preside Annunziata Iacolare avrebbe fatto dietrofront in un secondo momento cassando dalla lista gli incontri proposti dagli studenti. Pena l’annullamento dell’intera autogestione. A denunciarlo sono gli stessi studenti: «Abbiamo visto la censura di corsi che parlavano di arte, cultura, antifascismo e che volevano creare spazi di confronto e di crescita. Questa censura è stata imposta dalla dirigente con motivazioni che, ad oggi, non sono state rese pubbliche», si legge in un comunicato firmato dall’Assemblea Ripetta Autonoma. Così per venerdì 27 febbraio è stato convocato uno sciopero davanti al liceo romano.

I corsi cancellati
«La preside aveva già polemizzato sul programma in consiglio d’istituto, ma è stato comunque approvato», racconta a Domani uno studente che chiede di rimanere anonimo. «Si è detta contraria alla partecipazione di Yasmine Riyahi, ricercatrice che avrebbe tenuto una presentazione sull’arte palestinese». La preside avrebbe fatto una controproposta, accettata dai rappresentanti del corpo studentesco a patto che fosse garantita la partecipazione anche della ricercatrice. Questo per la preside non sarebbe stato possibile.
«Giorni dopo, poi, ha convocato i rappresentanti d’istituto chiedendo di firmare un verbale in cui venivano cancellati vari incontri per “mancanza di contraddittorio”». I rappresentanti hanno firmato il verbale, pur nel disaccordo con la decisione della preside e mettendo in discussione la validità di quell’atto, che scavalcava la decisione deliberata dal consiglio d’istituto.
Insieme a Riyahi, la preside avrebbe cancellato dal programma dell’autogestione Marco Capoccetti Boccia, autore del libro Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta, invitato a raccontare la storia del militante antifascista 19enne ucciso nel febbraio 1980 dai fascisti, ma anche l’incontro su referendum sulla giustizia e sul decreto sicurezza dell’avvocata Cristina Mazzoccoli; e il corso proposta da uno studente dal titolo “Ebraismo e sionismo: dialogo”.
Tutti cassati dalla dirigente per «rischio di mancato pluralismo e contraddittorio». Infine, anche il laboratorio di teatro antisessista guidato da un genitore, Oliver Malcor, è stato cancellato perché, secondo la dirigenza, non si sarebbe potuta garantire la sicurezza negli edifici.
Domani ha provato a contattare la dirigente per raccogliere la sua replica, senza ottenere al momento una risposta.

Il clima nelle scuole
«Durante il consiglio d’istituto, la dirigente ha anche citato una non ben specificata richiesta da parte del ministro dell’istruzione, in cui si chiedeva di evitare di indagare il tema palestinese nelle scuole», si legge nel comunicato del collettivo Assemblea Ripetta Autonoma. In effetti lo scorso novembre il ministero dell’Istruzione e del Merito ha inviato alle scuole una circolare in cui si faceva riferimento al rispetto della par condicio nei dibattiti scolastici, scatenando la protesta di sindacati degli insegnanti e studenti. Solo qualche settimana prima al liceo romano Augusto Righi era stato annullato un convegno sulla Palestina, al quale avrebbe partecipato anche lo storico israeliano Ilan Pappè. Sempre per mancanza di contraddittorio.
Tuttavia lo stesso istituto, durante la Giornata della memoria, ha ospitato invece un incontro con la presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, scortata da una decina di agenti della Digos. Per l’occasione, nella scuola era stata fatta imbiancare una parete su cui era dipinta la bandiera palestinese e rimossa una mostra degli studenti e delle studentesse su Gaza. Il caso è arrivato anche in Parlamento. La portavoce Cinque Stelle alla Camera ha depositato un’interrogazione parlamentare a Valditara: «In una scuola pubblica si è svolta un’iniziativa che ha ospitato figure negazioniste del genocidio a Gaza, senza che fosse previsto alcun contraddittorio». «Un doppio standard che sa di censura politica», ha aggiunto.

Lo sciopero
Gli studenti e le studentesse del liceo Ripetta hanno indetto uno sciopero davanti all’istituto per la mattinata di venerdì, proponendo alcuni dei laboratori cancellati dalla programmazione dell’autogestione, tra cui quello sul teatro antisessista e un corso di difesa femminista, tenuto dalla madre di un’alunna. «Abbiamo ricercato il confronto e il dialogo, abbiamo trovato solamente chiusura e imposizione. Crediamo nel ruolo sociale della scuola e di fronte quanto accaduto non possiamo rimanere indifferenti», concludono gli studenti.
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Sara Ramzi





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25 Febbraio 1980: il Funerale di Valerio Verbano

Lunedì 25 febbraio, giorno in cui Valerio avrebbe compiuto diciannove anni, si svolgono invece i suoi funerali. Si tengono presso il cimitero monumentale del Verano a San Lorenzo. La polizia vieta qualsiasi manifestazione. Ai funerali però partecipano migliaia di persone, secondo alcune stime circa diecimila44.

Inevitabilmente queste migliaia di giovani si ritrovano a occupare l’intera piazza. Questo fatto viene preso a pretesto dalla polizia per caricare duramente i partecipanti e le partecipanti al funerale. Gli scontri sono durissimi: la polizia carica sia nella piazza antistante il cimitero che nelle strade limitrofe, e spara anche, appostandosi dietro le finestre del vicino commissariato di via Tiburtina45.

Vedendo in quella folla che andava a dare l’ultimo saluto a Valerio niente altro che una “manifestazione non autorizzata”, la polizia ha mostrato ancora una volta il suo volto impietoso.

Il giornale Lotta Continua del 27 febbraio dedica largo spazio all’aggressione poliziesca durante i funerali di Valerio. In un lungo articolo si racconta di cariche indiscriminate, fumogeni fin dentro il cimitero, di ben cinquantasette fermi e tre arresti, e dell’intero quartiere di San Lorenzo assediato fino a tarda sera.

Marco L. ricorda:

Avevo accompagnato la bara fino all’ingresso del cimitero e stavo ritornando indietro insieme a credo circa diecimila persone che avevano presenziato al brevissimo percorso che c’era stato consentito dall’obitorio fino all’ingresso appunto del Verano46.

44. Cfr. “Lotta Continua”, 27 febbraio 1980; “I Volsci”, 10 marzo 1980; intervista a Marco L., Roma, 5 dicembre 2008.

45. Vedi fotografie pubblicate su “Lotta Continua” del 27 febbraio 1980, p. 2.

46. Valerio Verbano. Un omicidio anomalo di V. Cataldi, La storia siamo noi, Rai 2, 13 marzo 2007.

Un ringraziamento a Marco Stocchi per le fotografie

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23 Febbraio 1980: La smentita del GPOA e la seconda rivendicazione dei NAR

Il 23 febbraio, alle ore 8.20, all’Ansa arriva la smentita del Gruppo Proletario Organizzato Armato. La voce dall’altra parte della cornetta telefonica afferma che il gruppo non è responsabile dell’omicidio di Verbano e che la precedente rivendicazione era falsa. L’anonimo telefonista rivendica invece una serie di attentati contro le sedi del Msi di Montesacro e contro la centrale Acea del Laurentino e promette vendetta per Verbano26.

Poche ore dopo, verso mezzogiorno, una nuova telefonata anonima viene fatta al quotidiano Paese Sera. Sono i Nuclei Armati Rivoluzionari che informano di aver lasciato un comunicato in un cestino dei rifiuti a piazza Maresciallo Giardino27.

Il giornalista che raccoglie la telefonata si reca sul posto, dove in effetti trova il comunicato nel cestino dei rifiuti. Il comunicato recita:

Nuclei Armati Rivoluzionari – comandi Thor, Balder, Tir.

Dalla fine della guerra ad oggi mai un periodo di più fulgente splendore si è aperto per il movimento fascista! La fine di un regime putrescente e marcio, frutto del crepuscolo del capitalismo mondiale, la crisi dei marxisti, lacchè del regime, sia quelli legali, al ghetto anche nel porcile democratico-parlamentare, sia quelli illegali, in riflusso o in galera, aprono più radiose che mai le vie per l’azione, avvicinando la prospettiva sempre più attuale della rivoluzione nazionalsociale, anticapitalista, antimarxista.

Perché i satrapi del regime dunque si meravigliano? Se il martello di Thor ha colpito a Montesacro e ha già roteato a Cinecittà è chiaro che altri mille martelli sono pronti per fare altrettanto…

Sgomberare la strada dai piccoli vermi che resistono al riflusso (autonomi, PDUP-MLS), poi sgomberarla dalle serpi rosse più grandi, poi sgomberarla dai “titolari” effettivi del regime. Questa la via! Se nel cammino qualche mollusco in divisa ci rimetterà la pelle, ciò servirà a far capire a chi di dovere che è meglio non intralciare la strada!28

26. Archivio del giudice istruttore, Tribunale di Roma, fasc. 589/80A, questura di Roma 24 febbraio 1980.

27. Ibidem.

28. Ibidem.

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Chi ha ucciso Valerio Verbano?

Prima parte

Ci eravamo lasciati il 30 novembre del 2021 con la chiusura della seconda indagine, iniziata nel febbraio del 2009 e iscritta a registro due anni dopo, esattamente nel febbraio del 2011, per poi chiudersi con l’ennesimo nulla di fatto dieci anni dopo.

Ma, quasi quattro anni dopo arriva la notizia di una terza indagine, che si intreccia con la seconda indagine. Un’indagine che avrebbe potuto riaprire tutto, che si avvicina a dare un volto e un nome a due dei tre assassini di Valerio.

Dopo trentasei anni dalla chiusura delle prime indagini per l’omicidio di Valerio Verbano, per la prima volta compaiono due nomi iscritti nel registro degli indagati.

Due. Non uno. Non un’ipotesi generica. Due persone in carne e ossa.
Il primo lo conosciamo già: Walter Tanzini. Un nome che torna da lontano, che attraversa le vecchie carte, le testimonianze, le ombre degli anni Ottanta. Un nome già pronunciato, verificato e poi lasciato cadere per mancanza di prove dirette, nonostante la certezza che fu sua madre a scrivere la lettera depistatoria del 29 febbraio 1980.
Il secondo, invece, è una sorpresa assoluta: Fabrizio Dante. Uno sconosciuto. Un nome che non compare nelle ricostruzioni note, che non appartiene alla memoria pubblica del caso, che arriva dal nulla e dal nulla sembra venire fuori. Ex studente del liceo Archimede, neofascista frequentante sia il Msi che Terza Posizione, legato alla “banda del Panico”, piccola organizzazione dedita a criminalità comune, con elementi che si dichiaravano di destra.

Nel giugno del 2025, la Procura di Roma presso il Tribunale dei Minori richiede l’archiviazione per Dante, minorenne all’epoca dei fatti, poiché non ci sono prove contro di lui, solo ipotesi.

Ma allora, perché viene indagato?

Così, anni dopo, scopro che mentre il PM Amelio chiedeva insistentemente l’archiviazione del caso Verbano, il ROS ha continuato a indagare, aggiungendo informazioni alle indagini e che da altri PM arrivavano notizie importanti.

Dentro il fascicolo di queste indagini c’erano schede biografiche, intercettazioni, una lunga cronologia dell’attività del ROS dal 2020 al 2024. C’erano autoaccuse mai verificate, come quelle di un esponente della criminalità organizzata, che in alcune conversazioni intercettate aveva detto di essere coinvolto nell’omicidio di Valerio.

Senza però che nessuno lo chiamasse a risponderne. C’erano relazioni del ROS che collegavano identikit degli anni Ottanta alle foto segnaletiche di Dante e Tanzini, costruendo ancora una volta un quadro per somiglianza, per ambiente, per biografia.

E c’era un’altra anomalia: Tanzini, che non era stata considerato importante da indagare secondo Amelio ai fini della chiusura delle seconde indagini, nel 2023 veniva formalmente iscritto nel registro degli indagati dallo stesso Amelio, senza che nei verbali fosse apparsa una vera nuova notizia di reato da cui trarre una nuova pista investigativa per riaprire il caso.

Questo perché il ROS continuò, dopo la chiusura delle seconde indagini, a fare acquisizioni di tabulati, linee internet, intercettazioni ambientali. Vennero installati microfoni, perfino nella cella di Dante, con esiti talmente maldestri da essere scoperti dall’indagato stesso. Un fallimento operativo ben documentato negli atti.

​Il punto da cui veniamo (2009–2021)

Per vent’anni la prima indagine sull’omicidio di Valerio Verbano era rimasta ferma, inchiodata a un fascicolo chiuso, a fotografie sbiadite, a un dolore che non si era mai spento. Poi, improvvisamente, nel 2009, tutto sembrò rimettersi in moto. Ma, anche in quel caso, non perché fosse emersa una prova. Non perché qualcuno avesse parlato. Non perché fosse stato trovato un reperto dimenticato.

Quella volta tutto cominciò da un articolo di giornale. Le seconde indagini aperte dalla Procura di Roma e dal ROS dei Carabinieri a partire dal 2009 sull’omicidio di Valerio Verbano, nacquero in modo anomalo e le piste investigative furono incoerenti, contraddittorie e mediatizzate.
Si creò un enorme divario fra ciò che veniva detto dai media e ciò che veniva scritto negli atti.

Il 21 febbraio di quell’anno il Corriere della Sera pubblicò un’intervista a Carla Verbano. Raccontava l’incontro che aveva avuto con Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, due dei nomi più pesanti della stagione del terrorismo neofascista che hanno ipotizzato che sia stata la Banda della Magliana a uccidere Valerio. Carla parlava anche del dolore, delle domande rimaste senza risposta, dei documenti di suo figlio, del famoso dossier che Valerio aveva costruito prima di essere ucciso.

Tre giorni dopo, il 24 febbraio, il colonnello Massimiliano Macilenti, ufficiale del ROS dei Carabinieri, scrisse al pubblico ministero Pietro Saviotti chiedendo di riaprire i fascicoli sull’omicidio Verbano e persino quelli sulla Banda della Magliana, per verificare se quello che Mambro e Fioravanti avevano detto a Carla potesse avere un significato investigativo.

E poi accadde qualcosa di strano. Nulla. Per otto mesi non successe nulla. Nessuna urgenza, nessun atto, nessuna corsa contro il tempo. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro non vennero chiamati in Procura per essere ascoltati sulle loro ipotesi e, solo nell’ottobre del 2009 si tornò a recuperare i vecchi fascicoli. Era già chiaro che quella riapertura non nasceva da una vera notizia di reato. Era un movimento burocratico, non una scoperta. L’indagine ripartì senza urgenza reale, senza una nuova notizia di reato.
Perché?

Quando, tra il 2010 e il 2011, il pubblico ministero Erminio Amelio delegò formalmente il ROS a svolgere una lunga serie di accertamenti, si tornò a sperare che la Giustizia avesse trovato il suo corso. Si parlava del recupero dei vecchi reperti, della verifica delle utenze e dei tabulati telefonici, dell’acquisizione vecchi fascicoli su Cecchetti, Zini, Rossi. E, soprattutto di esaminare il cosiddetto Dossier Verbano (Reperto 97153A). Fino a quel momento dato per distrutto, su ordine del Giudice D’Angelo nel 1987.

Ed è qui che emersero le anomalie più gravi della vicenda giudiziaria.

In una nota del 4 febbraio 2011, il ROS utilizzò nomi, episodi, notizie che potevano provenire solo dal Dossier Verbano. Un Dossier che secondo la versione ufficiale era stato distrutto anni prima. Intanto 20 giorni dopo il Corriere della Sera riportò la notizia che dagli archivi dei Carabinieri era saltata fuori un’altra copia.

Lo stesso ROS che invece nei giorni successivi all’articolo del Corriere della Sera chiese al pubblico ministero di verificare se il dossier, che la Digos aveva sequestrato in casa di Valerio inseguito al suo arresto1, fosse ancora nel fascicolo del 1979. Perché chiedere di acquisire un documento che evidentemente si sta già utilizzando? Era la prova che quel dossier era stato recuperato in modo opaco, tenuto in una zona grigia, senza una vera tracciabilità procedurale.

Del Dossier Verbano, il sottoscritto, in qualità di consulente storico, ne è venuto in possesso solo 8 anni dopo, nel settembre del 2019, nonostante la richiesta di acquisizione da parte di Carla Verbano fu immediata; ci fu dato invece, solo quando il PM Amelio chiese la prima archiviazione del caso. Fino ad allora Amelio aveva incredibilmente negato l’esistenza stessa del Dossier.

Oggi, amici e amiche di Carla e Valerio ne hanno una copia integrale, per motivi affettivi ovvi e anche per precauzione: se la Procura volesse farlo sparire di nuovo, farebbe un’azione vana.

Ad ogni modo nel corso della seconda indagine, con quelle carte il ROS costruì una grande teoria. L’omicidio di Valerio, sostenevano, era da inserire nella lotta del “colpo su colpo”. Una ritorsione per l’uccisione di Stefano Cecchetti, che però non era un neofascista, e per altri episodi di violenza di quegli anni. Vennero collegati anche il ferimento di Roberto Ugolini, la sparatoria sul bus 37 fra neofascisti e antifascisti, la morte del padre di Enzo Giudici, gli scontri davanti al Liceo Archimede e ovviamente la redazione del Dossier. Tutto doveva essere opera dello stesso gruppo di giovani neofascisti dell’area Nar e Terza Posizione. Ma quella costruzione non poggiava su una prova. Non c’era un DNA. Non c’era un’arma. Non c’era un testimone. C’erano solo somiglianze, suggestioni, connessioni ideologiche.

Nel polverone innescato il 22 febbraio del 2011, i media scrissero che c’erano due indagati.2
Ma in realtà, come scopriremo una volta acquisiti i faldoni delle seconde indagini, nessuno, a differenze delle prime indagini3, venne viene iscritto nel registro degli indagati. Ci sono sì, alcuni fascisti che vengono intercettati, pedinati, interrogati, più di altri: un fascista di Talenti oggi libero professionista a Milano, un fascista di Talenti che attualmente vive in Brasile, per cui ci fu anche una rogatoria internazionale, e Andrea Munno, conoscente di Verbano, che nel 1979 era stato anche lui a Regina Coeli, di cui ho già parlato nei miei libri. Ma soprattutto emerge il nome di Maura Gualco che, come lei stessa afferma in una telefonata con Roberto Nistri, sa chi è uno degli assassini, “il biondino con le unghie gonfie e ricurve”4.

Nel febbraio–marzo 2011 partono intercettazioni telefoniche e ambientali su alcuni vecchi neofascisti dei quartieri Montesacro, Talenti, Trieste che vengono convocati in Procura.
Ad ogni modo il risultato è: nessuna prova per chiedere un rinvio a giudizio.
Solo voci, ricordi vaghi, negazioni e contraddizioni.

Fu in quel periodo delle intrecettazioni che scoppiò la campagna stampa. La Repubblica, l’Unità, Il Tempo parlarono di killer identificati, di riconoscimenti fotografici, di un’imminente analisi del DNA. Ma negli atti non c’era nulla di quello che i giornali raccontavano. Nessun riconoscimento formale. Nessuna iscrizione nel registro degli indagati. Nessun DNA utilizzabile. La verità giudiziaria e la verità mediatica correvano su binari opposti.

Il punto è che la Procura e il ROS lasciarono che la stampa costruisse una storia che non esisteva nelle carte giudiziarie. Una storia che tenne in vita la speranza di Carla fino al giorno della sua morte, il 5 giugno 2012.

Quando le indagini, lentamente, si spensero, restò solo un’altra montagna di faldoni, un altro nulla.

E quello che rimase non fu solo un omicidio irrisolto. È il racconto di un’indagine che ha usato la memoria di Valerio, il suo dossier, la disperazione di sua madre, per costruire una pista che non portava da nessuna parte. La verità, ancora una volta, non era stata trovata. Ma la speranza di Carla era stata consumata. E questo, forse, fu l’ultimo delitto di questa storia.


E arriviamo ai giorni nostri, alla comunicazione di cui sopra: la Procura della repubblica presso il Tribunale dei minori che richiede l’archiviazione delle nuove indagini.

Ma stavolta c’è il silenzio stampa, nessun giornale dopo, i titoli roboanti del 2011 stavolta dice nulla. Zero assoluto. Perché?

​Nel fascicolo della seconda indagine a differenza di quello delle prime indagini non risultava formalmente iscritto nessuno nel registro degli indagati seppure, il fascicolo si concentrava su un ambiente ben preciso: quello dei neofascisti del quartiere Talenti, legati all’MSI, attorno ai quali si sviluppava l’attività investigativa. Molto rumore, molte attenzioni, ma nessun atto formale che trasformasse quelle piste in veri sospetti, Con la terza indagine, però, si verificò un cambio di passo. Per la prima volta, dopo 45 anni, due persone vennero ufficialmente iscritte nel registro degli indagati. Non fu un’iniziativa isolata: l’iscrizione nacque dalla collaborazione tra la procura antiterrorismo e la procura presso il Tribunale dei Minori, e quindi dal lavoro congiunto tra il Pubblico Ministero Amelio e il Pubblico Ministero Monteleone, poiché uno dei due indagati era minorenne al momento dell’omicidio.

​Le trascrizioni di numerose intercettazioni, tra cui quelle assai rilevanti; la cronologia completa dell’attività ROS 2020–2024 in cui si evidenzia una nuova ipotesi: gli assassini di Verbano erano andati a casa sua per avere notizie in merito all’attentato dinamitardo del 19 febbraio 1980 presso la sede MSI di Via Val Solda.

La prima cosa che salta agli occhi è l’autoaccusa di uno sconosciuto, legato al clan Senese, trasmessa il 25 febbraio 2021 dal PM Minisci nella quale viene intercettato mentre afferma “Sto sospettato dell’omicidio di Valerio Verbano… siamo entrati, abbiamo… hanno sparato”.

Ma in realtà non era indagato. Perché afferma una cosa del genere? E’ un mitomane?

A questa affermazione segue comunque un incomprensibile vuoto istruttorio.

E ancora, il 2 marzo 2021 il ROS scrive di aver individuato somiglianze tra: un identikit e la foto di Tanzini; altri identikit e la foto segnaletica 1986 di Dante Fabrizio, facendo riferimento anche ad acquisizioni connesse a un diverso fascicolo (omicidio dell’agente di Polizia Di Giovanni nel 1985).

Come esce fuori il nome di Dante? Da un’intercettazione a Giudici: “Stai tranquillo, non c’hanno niente”. Un dettaglio che lo stesso ROS definiva singolare: perché Giudici si sente in dovere di tranquillizzare Dante? Ufficialmente, non avrebbero dovuto avere un rapporto tale da giustificare quella rassicurazione. Da lì Dante viene indagato, da quella intercettazione telefonica. Ma non c’è nessuna reale prova contro di lui.

Resta un comportamento ritenuto contraddittorio e sospetto, perché presuppone un livello di conoscenza e coinvolgimento (o almeno preoccupazione) incompatibile con il racconto che fa Giudici: “ci conosciamo da poco, io non c’entro”.

Da questa intercettazione il Ros inizia a indagare su Dante.

Nel fascicolo compare un accenno a un possibile movente vendicativo (rappresaglia per la morte del padre di Giudici). Il memo evidenzia l’assenza di un’alternativa corretta: o lo si approfondisce seriamente, o lo si esclude motivatamente. Ma lo lasciano sospeso.

Infine dunque il 21 settembre 2023, due anni dopo l’archiviazione delle seconde indagini, vengono iscritti al registro degli indagati Tanzini e Dante.
L’indagine su Tanzini è un nodo enorme, perché se prima sembrava debole l’ipotesi del suo coinvolgimento a causa della lettera depistatoria scritta da sua madre5, perché dopo viene iscritto al registro degli indagati? Non c’è nulla di concreto se non una somiglianza con uno dei due identikit fatti da Gino de Angelis nel 19806, ma una somiglianza, seppur segnalata dal Ros, non fa una prova.

C’è qualcos’altro, sicuramente, che però il Ros non ci dice. Perché?

La richiesta di archiviazione risulta affrettata e non sorretta da un vaglio serio degli elementi sopravvenuti. Restano zone d’ombra che non vengono assolutamente approfondite: attendibilità e verifica dell’uomo che si autoaccusa, rapporto fra ambienti eversivi e criminalità comune/organizzata; valutazione critica identikit/foto; genesi reale del sospetto su Dante (come e perché emerge); ragione della riapertura su Tanzini senza una motivazione esplicita.

Anche questa indagine si chiuderà con un nulla di fatto. Nessun rinvio a giudizio. Nessuna verità processuale. Solo altre carte, altri nomi, altre promesse mancate che si aggiungono al peso di quarantasei anni di silenzi, di speranze disattese.

Alla fine, come nel 2011, restava lo stesso quadro: moltissimi atti, moltissime ipotesi, moltissime intercettazioni. Ma nessuna prova solida.

Perché riaprire le indagini su Tanzini se era già stato archiviato, e quale atto nuovo concreto giustifica la nuova iscrizione? Cosa spinge la Procura in questa direzione se non ci sono prove?
Perché Amelio nell’agosto del 2019 e ancora per tutto il 2020-2021 non vede l’ora di archiviare mentre proseguono attività tecniche e acquisizioni fino al 2025?

L’avvocato e il sottoscritto avrebbero voluto fare opposizione alla nuova richiesta di archiviazione ma di nuovo, l’erede designata da Carla Verbano non ha ritenuto di procedere.

E allora la domanda resta lì, intatta, più pesante di prima:
a quarantasei anni dall’omicidio di Valerio Verbano, chi lo ha ucciso?

“Non ci arriveranno mai”

questa è la risposta con cui possiamo chiudere questo pezzo, captata in una intercettazione ambientale ad opera del Ros il 25 febbraio 2025 (compleanno di Verbano e allo stesso tempo 45’ anniversario del suo funerale) all’esterno di una bar di Talenti, durante la conversazione di Giudici e un uomo non identificato.

1Archivio del Tribunale di Roma, fasc. 5117/79A, questura di Roma, Ufficio DIGOS, Relazione di perquisizione e sequestro 20 aprile 1979

2http://www.repubblica.it/cronaca/2011/02/22/news/omicidio_verbano_due_indagati-12766590/

3Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta, pp 173-232, Lorusso Editore, Roma, 2020

4https://valerioverbanounaferitaancoraaperta.noblogs.org/post/2022/02/23/il-biondino-con-le-unghie-gonfie-e-ricurve/

5https://valerioverbanounaferitaancoraaperta.noblogs.org/post/2022/02/20/archiviazione-definitiva-delle-indagini-sullomicidio-di-valerio-verbano/

6Archivio del giudice istruttore, Tribunale di Roma, fasc. 589/80A, IV distretto di Polizia. Verbale d’interrogatorio a De Angelis Gino, presso la sua abitazione, 22 febbraio 1980, ore 14:35.

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6 Febbraio 1980: i Nar uccidono l’agente di polizia Maurizio Arnesano




Il 6 Febbraio del 1980 avviene l’omicidio dell’agente di polizia Maurizio Arnesano, in servizio presso il consolato libanese di via Settembrini, a Roma, per mano di Valerio Fioravanti e Giorgio Vale. Un caso esemplare di come agivano i Nar: L’omicidio fu rivendicato a nome di Prima Linea, un espediente che, a detta dello stesso Valerio Fioravanti, serviva a confondere gli inquirenti e ad alimentare l’odio contro le organizzazioni armate di sinistra.

16 giorni dopo faranno la stessa cosa a Via Monte Bianco: uccidono Verbano e mandano rivendicazioni contraddittorie e depistatorie.
Ma, se per l’omicidio di Arnesano sappiamo chi è perché è stato, per Verbano ancora non sappiamo quasi nulla

Chi ha ucciso Valerio Verbano?

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Furto della pistola dell’agente Bruno Raffani

Il 25 Gennaio 1979 veniva rubata la pistola dell’agente Bruno Raffani
Quella pistola sparerà 13 mesi dopo in casa Verbano.

Raffani Bruno appuntato di Polizia in servizio presso garage della questura habet denunciato che stamane, rientrando dal servizio, dopo aver parcheggiato propria autovettura Fiat Cinquecento nei pressi della sua abitazione, poggiava sul tetto dell’automezzo borsello in pelle contenente la sua pistola di ordinanza cal. 7,65 matricola 663870, dimenticandolo. Subito dopo, accortosi del fatto, tornava su posto et constatava che borsello era stato asportato da ignoti.

Il giorno 8 marzo 1980 l’agente di Polizia Bruno Raffani dichiara al giudice istruttore Claudio D’Angelo quanto segue:

“Non ricordo il giorno (25 gennaio 1979, nda) in cui mi fu rubata la pistola di ordinanza. Avevo prestato servizio tutta la notte ed ero ritornato a casa verso le 7.30-8.00 del mattino. Avevo caricato sulla Fiat Cinquecento di mia proprietà alcuni fagotti fra cui il borsello nel quale avevo deposto la pistola di ordinanza, che di solito porto alla cintola. La misi nel borsello per comodità e anche perché avevo cessato il servizio.
Arrivato sotto casa tolsi dalla macchina i fagotti, poggiandoli sul tetto della stessa. Chiusi l’autovettura, raccolsi i fagotti e andai in casa. Nel depositare i fagotti, mi accorsi che avevo dimenticato il borsello. Scesi immediatamente preoccupato della pistola. Con mia sorpresa non trovai il borsello; mi recai subito al Commissariato Flaminio per denunciare il furto. Fui interrogato dal collega Sepe, in sede disciplinare, e purtroppo ho avuto cinque giorni di rigore. Quando scesi in strada dopo essermi accorto del furto non vidi né auto né persone in transito.
Via Leonessa è poco frequentata. Non ho sospetti; ho solo sospettato che l’autore del furto fosse qualcuno che mi avesse seguito”.

Per il furto dell’arma di ordinanza l’agente Raffani riceverà incredibilmente solo cinque giorni di consegna di rigore. Fra l’altro non risulta nemmeno che siano state fatte ricerche approfondite per ritrovare l’arma che tredici mesi dopo sparerà contro Valerio.
Perché?
Fu veramente rubata?
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25 febbraio 1980: i funerali di Valerio Verbano

Lunedì 25 febbraio, giorno in cui Valerio avrebbe compiuto 19 anni, si svolgono invece i suoi funerali.

Questi si tengono presso il cimitero monumentale del Verano a San Lorenzo. La polizia vieta qualsiasi manifestazione. Ai funerali però partecipano migliaia di persone, secondo alcune stime, circa diecimila.

Migliaia e migliaia di compagni e compagne occupano l’intera piazza. Questo fatto viene preso a pretesto dalla polizia per caricare duramente i partecipanti e le partecipanti al funerale. Gli scontri sono durissimi: la polizia carica sia nella piazza antistante il cimitero che nelle strade limitrofe, e spara anche, appostandosi dietro le finestre del vicino commissariato di via Tiburtina.

Vedendo in quella folla che andava a dare l’ultimo saluto a Valerio, niente altro che una ‘manifestazione non autorizzata’, la polizia ha mostrato ancora una volta il suo volto impietoso.

Il giornale “Lotta Continua” del 27 febbraio dedica largo spazio all’aggressione poliziesca durante i funerali di Valerio. In un lungo articolo ci racconta di cariche indiscriminate, di fumogeni fin dentro il cimitero, di ben cinquantasette fermi e tre arresti, e dell’intero quartiere di San Lorenzo assediato fino a tarda sera.

“Valerio Verbano, giovane compagno: anche i suoi funerali hanno visto la vigliacca vendetta dello Stato. Quando anche un funerale diventa un’occasione di vendetta per la polizia.

Già dalle 14.30 gruppi di compagni si recano alla spicciolata davanti all’entrata dell’obitorio, in piazzale del Verano. Uno striscione sul cancello: ‘Valerio è vivo’, mazzi di garofani rossi raccolti nelle vicinanze. Due ali mute di giovani attendono in fila di dare l’ultimo saluto.

‘Stai buono…’

Si fischia l’Internazionale, la bara passa tra due ali di pugni alzati, di fiori che volano, di bandiere rosse. Un urlo da dietro: ‘Stracciamogli pure a loro le famiglie!’. E’ un grido che nessuno raccoglie, il padre di Valerio si gira e rivolto verso il punto da dove è giunta la voce dice: ‘Stai buono!’. Non è stizzito, arrabbiato, il padre di Valerio invita alla calma, è un invito paternalistico. Si arriva sempre con il senso d’oppressione davanti all’entrata del Verano: la bara, portata a spalla dai compagni del quartiere viene posta dentro il furgone, i genitori prendono posto in una macchina subito dietro. Molti compagni entrano dentro il cimitero, corrono dietro al furgone, mentre gli amici di Valerio invitano la gente ad andare via: ‘Fino qui – dicono – fino qui compagni! Ora il padre e la madre vogliono stare da soli’.

Si esce fuori, molti iniziano ad andarsene, altri si fermano a parlare in capannelli. Poi improvviso, parte lo slogan: ‘Valerio è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai!’, si forma la testa di un improvvisato corteo. Ci si dirige verso San Lorenzo, non si fanno neanche 50 metri che arrivano due blindati. I compagni alle prime file alzano le braccia gridano: ‘Fermi! Fermi!’. In risposta partono a raffica le prime salve di candelotti.

Asserragliati dentro il cimitero, tra il fumo dei lacrimogeni

‘Germania in autunno’: forse qualcuno l’avrà visto quel film. E ricorda le facce coperte ed i pugni chiusi mentre Baader, Raspe e la Esslin se ne vanno già nelle rispettive bare. E ricorda la polizia con i cavalli ad assediare i funerali di tre ‘morti di nessuno’ salutati da centinaia di giovani oramai senza nome. I fazzoletti sul volto fino agli occhi, gli occhi lucidi e le lacrime traditrici che si scorgono lo stesso. Le parole. Le parole che non escono per il magone e all’improvviso diventano grida e forse, prima ancora alludono a quel proprio essere ormai senza nome che giunge ad una ricerca di autoaffermazione. Chiusi, accerchiati, costretti. Con gli occhi che fissano la bara che se ne va. Senza non poter vedere blindati e cellulari e le spalle voltate a quel nugolo bianco di tombe recintate. Quando la bara di Valerio è appena scomparsa dallo sguardo, le parole sono subito diventate slogan. ‘Valerio è vivo e lotta insieme a noi…’

Per dar forza ai vivi nel garantire la continuità del percorso di una lotta…’

Tratto da Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta pp 154-155

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Il 22 Febbraio 2011

La riapertura delle indagini per l’omicidio di Valerio Verbano viene annunciata con grande enfasi mediatica proprio nel 31° anniversario dell’assassinio, il 22 febbraio 2011.

Leggendo gli articoli pubblicati in quei giorni, e per qualche mese a seguire, sembrava che l’individuazione e l’arresto dei responsabili dell’omicidio fosse solo questione di tempo. Carla Verbano aveva la grande speranza di poter finalmente sapere chi avesse ucciso suo figlio. Aveva ricevuto forti indicazioni in tal senso dalla procura della Repubblica di Roma. Allo stesso tempo molti giornali esaltavano acriticamente la riapertura indagini e il buon lavoro svolto dal pm Erminio Amelio come se fosse imminente la risoluzione del caso.

Quattro anni dopo la riapertura delle indagini e dopo la pubblicazione della prima edizione del mio libro, scrissi un pezzo sul mio blog personale che titolai Molto rumore per nulla. Analizzai principalmente le fonti a stampa che avevano dato grande risalto sin dall’inizio alla riapertura delle indagini, elogiando acriticamente il lavoro della procura che invece, ancora una volta, nonostante tanti proclami, si è poi rivelato inconcludente visto che non solo gli assassini sono rimasti ignoti ma non c’è stata neanche un’autocritica del perché ciò sia accaduto.

Volevo, con il mio lavoro, dare il mio contributo a dipanare una matassa imbrogliata e fare chiarezza sul perché la procura non avesse trovato gli assassini, su quali coperture essi avessero avuto e hanno fino ad oggi, sul perché in merito a quello che molti hanno definito il più efferato omicidio fascista di quegli anni, nonostante ci fossero molti elementi per poter trovare i colpevoli, non ci fu realmente volontà di individuarli.

Chi scrive è sempre stato contro il carcere e non voleva mandare in carcere nessuno.

Non era assolutamente il mio intento.

L’intento era quello di mostrare, carte alla mano, come ancora una volta il porto delle nebbie avesse nascosto, insabbiato, le informazioni utili a trovare gli assassini e i mandanti dell’omicidio di Valerio Verbano.

Nelle pagine seguenti analizzo dunque di come i media hanno esaltato acriticamente il lavoro della procura, di come abbiano alimentato sensazionalismo e false speranze in Carla Verbano e di come abbiano invece poi stese un velo di silenzio sul fallimento dell’indagine.

Il trentunesimo anniversario dell’assassinio di Verbano, mentre fervono i preparativi per la giornata di assemblee e manifestazioni in sua memoria, Carlo Bonini annuncia clamorosamente sul quotidiano la Repubblica, sorprendendo un po’ tutti, che sono ufficialmente riaperte le indagini:

L’OMICIDIO – Delitto Verbano, si riapre il caso.

Dopo 31 anni due nomi e la pista nera

Lo studente di sinistra ucciso in casa da un commando vicino ai Nar. Nell’archivio del ragazzo i nomi degli indiziati: militanti di destra, avevano già colpito. Il primo uomo vive da tempo all’estero, il secondo è un insospettabile professionista.

ROMA – L’omicidio di Valerio Verbano è un caso che si riapre. E la fuga di almeno due dei suoi tre carnefici, forse sta per finire. Consegnando innanzitutto a chi è stata condannata a sopravvivere a quel lutto – Carla Zappelli, 87 anni, la madre di Verbano, suo unico figlio – una “verità” in grado di chiudere una delle più simboliche, disumane e insolute pagine di sangue della storia della violenza politica del nostro Paese. A trentuno anni esatti dall’esecuzione del diciannovenne militante della sinistra extraparlamentare (22 febbraio 1980) e dal buio che da allora ne ha avvolto le responsabilità, prende corpo una nuova indagine della procura di Roma (procuratore aggiunto Pietro Saviotti, pm Erminio Amelio) e del Ros dei carabinieri che, dopo ventiquattro mesi di lavoro, colloca al centro della scena del crimine almeno due nuovi indiziati.

Per quel che al momento è possibile ricostruire, due uomini oggi sulla cinquantina, la stessa età che avrebbe avuto la loro vittima se non la avessero giustiziata con un colpo di 38 special alla schiena. Il primo, riparato da tempo all’estero. L’altro, insospettabile professionista con una vita in Italia. Entrambi, già militanti della destra romana, sconosciuti alle cronache del tempo e – almeno a stare all’ipotesi investigativa – costituiti in un gruppo di fuoco deciso, nel febbraio di quel maledetto 1980, ad accreditarsi, con un cadavere di forte valore simbolico come quello di Valerio Verbano, agli occhi dei neofascisti Nuclei armati rivoluzionari di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.

Degli indiziati (per altro, al momento, non ancora indagati), esistono dei nuovi identikit (aggiornati rispetto a quelli che vennero disegnati durante le prime indagini) ed è stata pazientemente ricostruita la loro storia di militanza violenta in quel triangolo dell’odio politico che, a Roma, tra la fine dei ’70 e l’80, erano diventati i quartieri Trieste-Salario, Talenti, Montesacro. Tra il ’76 e l’83 sono nove infatti gli omicidi di matrice politica che hanno come teatro questo quadrante della città. Muoiono Vittorio Occorsio, magistrato; Stefano Cecchetti, studente; Francesco Cecchin, studente; Valerio Verbano; Angelo Mancia, fattorino; Franco Evangelista, poliziotto; Mario Amato, magistrato; Luca Perucci, studente; Paolo Di Nella, studente. In una geografia della violenza che si contende il controllo di marciapiedi, bar, angoli di strada e ha come linee di confine tra “neri” e “rossi”, il fiume Aniene e il ponte delle Valli. Che risponde alla logica draconiana del “colpo su colpo”, per usare la definizione utilizzata nelle corti d’assise che giudicheranno a metà anni ’80 quei fatti di sangue. Secondo la quale, la morte di un “compagno” va lavata con il sangue di un “camerata” e viceversa.

A sparare sono soprattutto e innanzitutto i neofascisti dei Nar e di Terza posizione. I killer delle “volanti rosse”. Ma non solo. Gli assassini di Verbano – se la Procura e il Ros hanno colto nel segno – in questo contesto, di cui pure fanno parte a pieno titolo e di cui respirano l’aria, non sono infatti incardinati con un’organizzazione militare e politica riconoscibile (anche per questo, le indagini sull’omicidio, che, per 9 anni, concentreranno i loro sospetti su appartenenti alle due sigle del neofascismo assassino, Nar e Terza posizione, si chiuderanno nell’89 con un’archiviazione “per essere ignoti gli autori del reato”).

Gli assassini di Verbano sono dei violenti “cani sciolti” che si muovono in quell’area nera di “spontaneismo armato” che fa da corona ai Nar, cercandone la cooptazione. E scelgono la loro vittima con criterio. Perché la loro vittima conosce loro. Sa chi sono. Dove e come si muovono. Valerio Verbano – come oggi ha potuto accertare il Ros lavorando sui nuovi indiziati – ha infatti annotato i nomi dei suoi assassini nel mastodontico schedario che custodisce nella sua casa di via Monte Bianco 114 (e che in casa verrà ritrovato dagli inquirenti dopo l’omicidio). Centinaia di brevi report con cui, dal 1977, con metodica ossessione, ha dato un’identità e un volto, talvolta anche fotografico, ai militanti di destra del triangolo Trieste-Salario, Talenti, Montesacro.

Valerio Verbano non è una prima volta per i suoi assassini. Avevano sparato per uccidere undici mesi prima, la mattina del 30 marzo del 1979. Almeno di questo è convinto chi oggi si è rimesso a indagare. In una casa al civico 12 di via Valpolicella (nemmeno due chilometri in linea d’aria dall’abitazione di Verbano), dove cercavano Roberto Ugolini, altro militante della sinistra extraparlamentare. Anche quel giorno erano in tre. Anche quel giorno si fecero aprire la porta di casa dalla madre del ragazzo presentandosi come amici del figlio. Roberto Ugolini fu rapido a comprendere e a sottrarsi all’esecuzione. Uno dei tre fece fuoco riuscendo a colpirlo soltanto alle gambe. Erano a volto scoperto e loro descrizioni sono sovrapponibili a quelle degli assassini di Verbano. Un dettaglio, una ricorrenza. Sfuggito allora. E che ora potrebbe diventare cruciale.

Di errori e omissioni in questo articolo ce ne sono fin troppi. E questo è solo il primo di una serie di articoli inesatti legati alla riapertura delle indagini usciti in questi anni.

Bonini, ad esempio, scrive che Valerio «ha infatti annotato i nomi dei suoi assassini nel mastodontico schedario che custodisce nella sua casa di via Monte Bianco 114 (e che in casa verrà ritrovato dagli inquirenti dopo l’omicidio)».

Ora, a parte che definire lo schedario mastodontico è indubbiamente la solita esagerazione giornalistica, visto che, come già ampiamente spiegato nel paragrafo sul dossier Verbano, lo stesso era composto da alcune decine di pagine scritte a mano e dattiloscritte, 3 fotografie, una rubrica e un’agendina, appunti vari, Bonini sbaglia le date poiché questo materiale verrà sequestrato durante l’arresto di Valerio il 20 aprile 1979 e non dopo il suo omicidio, il 22 febbraio 1980. Come è possibile che Bonini affermi con tale certezza che gli assassini di Valerio sono gli stessi che ferirono Ugolini?

È possibile, tant’è che il sottoscritto avanzò tale ipotesi, ma da qui ad affermarlo con certezza ce ne corre: da chi ha ricevuto tale soffiata? Il segreto istruttorio che fine fa? E se è vero, perché gli assassini non sono stati arrestati?

Si alimentano così fin dall’inizio della riapertura delle indagini le illusioni di Carla Verbano, una donna anziana, una madre che ha sempre voluto sapere chi fossero gli assassini di suo figlio. Lo si farà per un anno e mezzo, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 5 giugno 2012. Lo faranno il procuratore aggiunto Pietro Saviotti, il pubblico ministero Erminio Amelio, il colonnello dei Ros Massimiliano Macilenti.

Cercarono di mettere perfino dubbi nella mente e nel cuore di Carla, come da lei più volte riferito alle persone di più stretta fiducia, per allontanarla dagli amici di suo figlio, dai compagni e dalle compagne che per una vita le sono stati accanto. Per giungere oggi a nulla, a nove anni dalla riapertura delle indagini. Esattamente come nel 1989, anno in cui si archiviarono le prime indagini per il caso Verbano.

Poche ore dopo l’articolo di Bonini esce un articolo non firmato su la Repubblica versione online in cui, con un paradossale e ridicolo gioco degli specchi, il giornale conferma la riapertura delle indagini.

Omicidio Verbano, ci sono i due indagati. La madre della vittima: “Un sollievo”

Nel giorno del 31mo anniversario dell’assassinio del giovane comunista, confermata la notizia data da Repubblica sulla riapertura del “cold case”. I due sospettati riconosciuti da testimoni tramite foto segnaletiche dell’epoca. Uno risiede all’estero

ROMA – Sono effettivamente indagati per omicidio volontario dalla Procura di Roma i due uomini di cui scrive oggi Repubblica, indiziati dell’assassinio di Valerio Verbano, il giovane comunista ucciso in casa il 22 febbraio 1980. Entrambi identificati dopo una rilettura del vecchio fascicolo processuale, sarebbero stati riconosciuti da alcuni testimoni tramite ricognizione delle foto segnaletiche dell’epoca. Il caso Verbano è dunque riaperto, con l’obiettivo di consegnare alla giustizia, 31 anni dopo l’omicidio, due dei tre assassini di Verbano.

Un vero e proprio “cold case”, quello di Valerio Verbano. L’inchiesta è infatti stata riaperta oltre un anno fa nell’ambito di una verifica sulla insolubilità di vecchi casi attraverso l’utilizzo delle tecniche investigative più moderne e sofisticate. Le indagini sul caso Verbano sono coordinate dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti e dal sostituto Erminio Amelio. All’epoca dell’omicidio, i due indagati, uno dei quali oggi risiede all’estero, non militavano in organizzazioni eversive, ma, stando alle indiscrezioni, frequentavano personaggi legati a Terza Posizione e ai Nar. L’omicidio, avrebbero accertato i carabinieri del Ros, sarebbe maturato nell’ambito delle vendette tra estremisti di destra e di sinistra che caratterizzarono, soprattutto a Roma, gli anni di piombo. Nelle intenzioni degli inquirenti c’è ora la convocazione in procura dei due indagati.

La madre di Valerio Verbano, Carla Zappelli, 87 anni, aveva in precedenza commentato l’articolo di Repubblica in cui si rivela l’esistenza dei due presunti killer identificati. «Ieri in effetti» rivela la signora «è successo un fatto curioso, che si spiega alla luce di ciò che ho letto oggi sul giornale: sono venuti qui a casa mia un magistrato e un tenente colonnello dei Ros. Mi hanno detto che era un anno e mezzo che lavoravano sulla documentazione di Valerio».

«La notizia che ci sono finalmente due nomi collegati all’omicidio di mio figlio è un sollievo» dice ancora la signora Zappelli. «Se dopo 31 anni si riuscisse a scoprire qualcosa sarebbe meraviglioso. È quello che aspetto. Ed acquista un valore ancora più grande perché avviene in questa giornata, nel 31mo anniversario della morte di mio figlio. Non voglio illudermi più di tanto. È già successo tante volte e altrettante sono rimasta delusa. Però oggi ho più speranza».

1976-1983, il triangolo dell’odio

L’anziana madre della giovane vittima di quegli anni di violenza politica ricorda anche la precisione con cui suo figlio aveva messo assieme un suo schedario dei militanti di destra del “triangolo dell’odio”, i quartieri di Roma Trieste-Salario, Talenti, Montesacro. Documentazione che Valerio aveva collezionato in circa tre anni e che «assomigliava» ricorda la madre «per grandezza, a una tesi di laurea, senza la copertina rigida però. All’indomani dell’assassinio presero quel grande quaderno e quando mi venne restituito mancavano tante pagine» (…).

Ora, in questo articolo non firmato la notizia importante è quella in cui Carla Verbano riferisce della visita del magistrato e dell’ufficiale del Ros e, in particolare, del loro lavoro sulla documentazione di Valerio: di quale documentazione hanno parlato? Si riferiscono al reperto 97153A, di cui fa parte il dossier Verbano? Eppure quel dossier, a detta della Corte di Appello, era stato distrutto il 7 luglio 1987.

Ma il pm Amelio e il colonnello Macilenti, di loro due si tratta, dicono a Carla Verbano che stanno lavorando proprio su quel reperto: ne ho potuto avere la certezza soltanto pochi mesi fa, otto anni e mezzo dopo l’incontro riferito da Carla, quando, in qualità di consulente tecnico di parte dell’avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Manuela S., erede universale di Carla Verbano, ho studiato i faldoni delle nuove indagini, in cui era presente il reperto 97153A, fotocopia del dossier Verbano, quello sequestrato dalla Digos il 20 aprile del 1979.

Nello stesso giorno Angela Camuso, giornalista di cronaca nera e giudiziaria, scrive su l’Unità:

Omicidio Verbano, 31 anni dopo due indagati e una nuova pista

Massimo riserbo sui nomi iscritti nel registro degli indagati. Inchiesta riaperta, un confidente accusa Luigi Esposito e Giovanni Marion, due ex fascisti.

Le nuove indagini sull’assassinio di Valerio Verbano ripartono da un indirizzo ben preciso di Roma: via Nomentana 859, zona Montesacro. E si concentrano su una soffiata finora rimasta segreta ma arrivata allo Sco già nel 2005, quando un collaboratore ha indicato come autori dell’omicidio tale Luigi Esposito e Giovanni Marion, ai tempi dell’omicidio giovani picchiatori fascisti dello stesso quartiere di Valerio.

E infine conducono, oggi, all’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio di due persone (sulla cui identità la procura mantiene il riserbo) e a un altro indirizzo: via Isacco Newton, quartiere Portuense. Dove nel 1994, cioè quattordici anni dopo l’omicidio del 18enne Verbano, si consumò una sanguinosa rapina organizzata da una banda di giovani fascisti di strada. In via Nomentana 859, invece, nel 2004 fu trovato un arsenale di armi, in una cantina nella disponibilità di un altro ex militante romano dell’estrema destra, Andrea Rufino, detto Kapozza, nato nel ’62 e legato a doppio filo ai personaggi coinvolti nella rapina di via Newton. Non a caso in via Nomentana, nascosto in mezzo a quel mucchio di armi (un fucile, due bombe a mano e dieci pistole, due con silenziatore) c’era anche il fascicolo delle indagini sulla rapina di via Newton, finita con la morte di un vigilante e di uno dei rapinatori, il fascista Elio Della Scala detto Kapplerino.

È seguendo la pista che collega i personaggi coinvolti nei due fatti – la rapina e la molto più recente scoperta della santabarbara – che i carabinieri del Ros, dopo 24 mesi di indagini, hanno ricostruito nell’informativa inviata di recente al pm di Roma Erminio Amelio, il possibile retroscena dell’omicidio di Verbano, avvenuto il 22 febbraio dell’80. Quando tre incappucciati entrarono a casa del ragazzo in via Monte Bianco, nello stesso quartiere in cui nel ’94 venne poi scoperto l’arsenale.

Soprattutto i carabinieri avrebbero trovato grazie ad alcuni riconoscimenti fotografici (e al ritrovamento di nuovi reperti mai esaminati prima) le prove mancanti nel quadro di indizi sui quali aveva già lavorato tre anni fa, senza che nulla trapelasse alla stampa, l’allora pm della procura di Roma Diana De Martino, la stessa alla quale lo Sco segnalò quella soffiata su Luigi Esposito e Giovanni Marion e che poi decise di chiudere il fascicolo, rimasto formalmente contro ignoti, con una richiesta di archiviazione. L’attenzione della procura e del Ros su Esposito e Marion, all’epoca gregari di una squadraccia di quartiere dedita alle rapine e una serie di traffici illeciti, non si è tuttavia mai abbassata del tutto anche perché la foto segnaletica del secondo risultava somigliante al seppur vago identikit reso dai passanti che videro il commando entrare ed uscire dal palazzo dove abitava Verbano.

Non solo. Marion risultava pure coinvolto nella rapina di via Newton il cui organizzatore, Kapplerino, capeggiava un gruppetto che si rifaceva ai Nar e firmava le azioni con una sigla cosiddetta “mimetica”. A seguito delle intercettazioni ambientali risultò infatti che Marion, fin da giovanissimo, era stato in stretti contatti con Rufino, quello che aveva la disponibilità della santabarbara: i due fondarono insieme l’associazione “Easy London”, attualmente legata a Forza Nuova, e restarono molto amici fino ad almeno il febbraio 2005 quando finirono in carcere insieme per la rapina di via Newton.

Giova ricordare poi che il secondo volantino di rivendicazione dell’omicidio Verbano era firmato Nar e che in quello stesso volantino si accusava Verbano di essere stato il mandante di fatto di una sparatoria avvenuta davanti a un bar di Montesacro frequentato da fascisti dove morì un innocente. Questo è importante perché i carabinieri oggi ritengono che anche un gruppuscolo di fascisti di strada come quelli della rapina in via Newton, magari per vendicare un affronto, avrebbe ben potuto appropriarsi, come peraltro già accaduto in altri casi, della sigla nera capeggiata da Fioravanti, Bracci e Carminati. Peraltro anche Valerio Fioravanti disse agli inquirenti di sapere che ad ammazzare Verbano erano stati dei “ragazzini” e che per questo non voleva rovinarli. Ed è noto che invece l’indagine che puntò ai veri capi dei Nuclei Armati Rivoluzionari si concluse in un nulla di fatto.

L’articolo di Angela Camusso, piuttosto confuso e impreciso, si rifà a precedenti articoli sulla non riapertura delle indagini, come visto in precedenza negli articoli su Aprile Online e Il Tempo del 2007.

Nel fascicolo della Procura da me acquisito con lunga fatica nel febbraio del 2009, riguardante la prima inchiesta non c’è menzione alcuna di una riapertura delle indagini. E non c’è di conseguenza nessuna richiesta di archiviazione da parte del pm Diana De Martino.

Fra l’altro Angela Camuso scrive che Fioravanti disse agli inquirenti «di sapere che ad ammazzare Verbano erano stati dei “ragazzini” e che per questo non voleva rovinarli».

Ma dove e quando lo avrebbe affermato? Non risulta in nessun atto ufficiale.

Non scrive nessuna nota e non rimanda a nessun documento: chi i documenti li ha consultati, sa, attenendosi a questi, che Fioravanti mai e poi mai, fino ad allora, era stato interrogato in merito all’omicidio di Verbano!

Le dichiarazioni di Fioravanti sul caso Verbano erano state sempre rilasciate ai giornalisti; nulla risulta invece nel fascicolo riguardante l’omicidio di Valerio.

L’articolo di Camuso confonde i piani: fra il ritrovamento dell’arsenale e le nuove indagini sull’omicidio di Verbano non c’è alcun collegamento, come ho potuto constatare leggendo le carte otto anni e mezzo dopo la stesura di questo articolo.

Purtroppo l’assoluta superficialità e le inesattezze riportate non hanno fatto altro che alimentare, in quei giorni, false speranze in chi credeva fosse possibile trovare gli assassini di Valerio Verbano.

La redazione online del Corriere della Sera, più sobriamente, scrive:

Il delitto il 22 febbraio 1980

Omicidio Verbano, due indagati

La Procura di Roma riapre l’inchiesta – Trentun anni dopo riaperto il caso sul delitto del 19enne comunista ucciso in casa da un commando vicino ai Nar

ROMA – Due indagati. Trentuno anni dopo. La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati due uomini sospettati dell’uccisione di Valerio Verbano, il giovane militante 19enne della sinistra extraparlamentare ucciso in casa il 22 febbraio 1980. Gli accertamenti sono coordinati dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti e dal sostituto Erminio Amelio.

IDENTIFICATI – Entrambi gli indagati, secondo quanto si è appreso, sono stati identificati dopo una rilettura del vecchio fascicolo processuale, sarebbero stati riconosciuti, tramite ricognizione delle foto segnaletiche dell’epoca, da alcuni testimoni. I due indagati, uno dei quali residente all’estero, non facevano parte di organizzazioni eversive ma sarebbero legati a soggetti vicini a Terza Posizione ed ai Nar. I due potrebbero presto essere convocati dai magistrati. Il primo uomo sembra viva da tempo all’estero. Ma il secondo invece sarebbe un insospettabile professionista con una vita in Italia.

L’INCHIESTA – L’omicidio, avrebbero accertato i carabinieri del Ros, sarebbe maturato nell’ambito delle vendette tra estremisti di destra e di sinistra che caratterizzarono, soprattutto a Roma, gli anni di piombo. Nelle intenzioni degli inquirenti c’è ora la convocazione in procura dei due indagati. L’inchiesta giudiziaria, racconta il quotidiano La Repubblica, è stata riaperta oltre un anno fa nel quadro delle verifiche avviate su vecchi casi rimasti insoluti attraverso l’utilizzo di tecniche investigative più sofisticate. Come quello di Roberto Ugolini, «altro militante della sinistra extraparlamentare. Anche quel giorno erano in tre e si fecero aprire dalla madre del ragazzo presentandosi come amici del figlio», scrive il quotidiano romano. Ugolini riuscì a fuggire e fu colpito solo alle gambe.

Posted in Archivio | Comments Off on Il 22 Febbraio 2011