Chi ha ucciso Valerio Verbano?

Prima parte

Ci eravamo lasciati il 30 novembre del 2021 con la chiusura della seconda indagine, iniziata nel febbraio del 2009 e iscritta a registro due anni dopo, esattamente nel febbraio del 2011, per poi chiudersi con l’ennesimo nulla di fatto dieci anni dopo.

Ma, quasi quattro anni dopo arriva la notizia di una terza indagine, che si intreccia con la seconda indagine. Un’indagine che avrebbe potuto riaprire tutto, che si avvicina a dare un volto e un nome a due dei tre assassini di Valerio.

Dopo trentasei anni dalla chiusura delle prime indagini per l’omicidio di Valerio Verbano, per la prima volta compaiono due nomi iscritti nel registro degli indagati.

Due. Non uno. Non un’ipotesi generica. Due persone in carne e ossa.
Il primo lo conosciamo già: Walter Tanzini. Un nome che torna da lontano, che attraversa le vecchie carte, le testimonianze, le ombre degli anni Ottanta. Un nome già pronunciato, verificato e poi lasciato cadere per mancanza di prove dirette, nonostante la certezza che fu sua madre a scrivere la lettera depistatoria del 29 febbraio 1980.
Il secondo, invece, è una sorpresa assoluta: Fabrizio Dante. Uno sconosciuto. Un nome che non compare nelle ricostruzioni note, che non appartiene alla memoria pubblica del caso, che arriva dal nulla e dal nulla sembra venire fuori. Ex studente del liceo Archimede, neofascista frequentante sia il Msi che Terza Posizione, legato alla “banda del Panico”, piccola organizzazione dedita a criminalità comune, con elementi che si dichiaravano di destra.

Nel giugno del 2025, la Procura di Roma presso il Tribunale dei Minori richiede l’archiviazione per Dante, minorenne all’epoca dei fatti, poiché non ci sono prove contro di lui, solo ipotesi.

Ma allora, perché viene indagato?

Così, anni dopo, scopro che mentre il PM Amelio chiedeva insistentemente l’archiviazione del caso Verbano, il ROS ha continuato a indagare, aggiungendo informazioni alle indagini e che da altri PM arrivavano notizie importanti.

Dentro il fascicolo di queste indagini c’erano schede biografiche, intercettazioni, una lunga cronologia dell’attività del ROS dal 2020 al 2024. C’erano autoaccuse mai verificate, come quelle di un esponente della criminalità organizzata, che in alcune conversazioni intercettate aveva detto di essere coinvolto nell’omicidio di Valerio.

Senza però che nessuno lo chiamasse a risponderne. C’erano relazioni del ROS che collegavano identikit degli anni Ottanta alle foto segnaletiche di Dante e Tanzini, costruendo ancora una volta un quadro per somiglianza, per ambiente, per biografia.

E c’era un’altra anomalia: Tanzini, che non era stata considerato importante da indagare secondo Amelio ai fini della chiusura delle seconde indagini, nel 2023 veniva formalmente iscritto nel registro degli indagati dallo stesso Amelio, senza che nei verbali fosse apparsa una vera nuova notizia di reato da cui trarre una nuova pista investigativa per riaprire il caso.

Questo perché il ROS continuò, dopo la chiusura delle seconde indagini, a fare acquisizioni di tabulati, linee internet, intercettazioni ambientali. Vennero installati microfoni, perfino nella cella di Dante, con esiti talmente maldestri da essere scoperti dall’indagato stesso. Un fallimento operativo ben documentato negli atti.

​Il punto da cui veniamo (2009–2021)

Per vent’anni la prima indagine sull’omicidio di Valerio Verbano era rimasta ferma, inchiodata a un fascicolo chiuso, a fotografie sbiadite, a un dolore che non si era mai spento. Poi, improvvisamente, nel 2009, tutto sembrò rimettersi in moto. Ma, anche in quel caso, non perché fosse emersa una prova. Non perché qualcuno avesse parlato. Non perché fosse stato trovato un reperto dimenticato.

Quella volta tutto cominciò da un articolo di giornale. Le seconde indagini aperte dalla Procura di Roma e dal ROS dei Carabinieri a partire dal 2009 sull’omicidio di Valerio Verbano, nacquero in modo anomalo e le piste investigative furono incoerenti, contraddittorie e mediatizzate.
Si creò un enorme divario fra ciò che veniva detto dai media e ciò che veniva scritto negli atti.

Il 21 febbraio di quell’anno il Corriere della Sera pubblicò un’intervista a Carla Verbano. Raccontava l’incontro che aveva avuto con Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, due dei nomi più pesanti della stagione del terrorismo neofascista che hanno ipotizzato che sia stata la Banda della Magliana a uccidere Valerio. Carla parlava anche del dolore, delle domande rimaste senza risposta, dei documenti di suo figlio, del famoso dossier che Valerio aveva costruito prima di essere ucciso.

Tre giorni dopo, il 24 febbraio, il colonnello Massimiliano Macilenti, ufficiale del ROS dei Carabinieri, scrisse al pubblico ministero Pietro Saviotti chiedendo di riaprire i fascicoli sull’omicidio Verbano e persino quelli sulla Banda della Magliana, per verificare se quello che Mambro e Fioravanti avevano detto a Carla potesse avere un significato investigativo.

E poi accadde qualcosa di strano. Nulla. Per otto mesi non successe nulla. Nessuna urgenza, nessun atto, nessuna corsa contro il tempo. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro non vennero chiamati in Procura per essere ascoltati sulle loro ipotesi e, solo nell’ottobre del 2009 si tornò a recuperare i vecchi fascicoli. Era già chiaro che quella riapertura non nasceva da una vera notizia di reato. Era un movimento burocratico, non una scoperta. L’indagine ripartì senza urgenza reale, senza una nuova notizia di reato.
Perché?

Quando, tra il 2010 e il 2011, il pubblico ministero Erminio Amelio delegò formalmente il ROS a svolgere una lunga serie di accertamenti, si tornò a sperare che la Giustizia avesse trovato il suo corso. Si parlava del recupero dei vecchi reperti, della verifica delle utenze e dei tabulati telefonici, dell’acquisizione vecchi fascicoli su Cecchetti, Zini, Rossi. E, soprattutto di esaminare il cosiddetto Dossier Verbano (Reperto 97153A). Fino a quel momento dato per distrutto, su ordine del Giudice D’Angelo nel 1987.

Ed è qui che emersero le anomalie più gravi della vicenda giudiziaria.

In una nota del 4 febbraio 2011, il ROS utilizzò nomi, episodi, notizie che potevano provenire solo dal Dossier Verbano. Un Dossier che secondo la versione ufficiale era stato distrutto anni prima. Intanto 20 giorni dopo il Corriere della Sera riportò la notizia che dagli archivi dei Carabinieri era saltata fuori un’altra copia.

Lo stesso ROS che invece nei giorni successivi all’articolo del Corriere della Sera chiese al pubblico ministero di verificare se il dossier, che la Digos aveva sequestrato in casa di Valerio inseguito al suo arresto1, fosse ancora nel fascicolo del 1979. Perché chiedere di acquisire un documento che evidentemente si sta già utilizzando? Era la prova che quel dossier era stato recuperato in modo opaco, tenuto in una zona grigia, senza una vera tracciabilità procedurale.

Del Dossier Verbano, il sottoscritto, in qualità di consulente storico, ne è venuto in possesso solo 8 anni dopo, nel settembre del 2019, nonostante la richiesta di acquisizione da parte di Carla Verbano fu immediata; ci fu dato invece, solo quando il PM Amelio chiese la prima archiviazione del caso. Fino ad allora Amelio aveva incredibilmente negato l’esistenza stessa del Dossier.

Oggi, amici e amiche di Carla e Valerio ne hanno una copia integrale, per motivi affettivi ovvi e anche per precauzione: se la Procura volesse farlo sparire di nuovo, farebbe un’azione vana.

Ad ogni modo nel corso della seconda indagine, con quelle carte il ROS costruì una grande teoria. L’omicidio di Valerio, sostenevano, era da inserire nella lotta del “colpo su colpo”. Una ritorsione per l’uccisione di Stefano Cecchetti, che però non era un neofascista, e per altri episodi di violenza di quegli anni. Vennero collegati anche il ferimento di Roberto Ugolini, la sparatoria sul bus 37 fra neofascisti e antifascisti, la morte del padre di Enzo Giudici, gli scontri davanti al Liceo Archimede e ovviamente la redazione del Dossier. Tutto doveva essere opera dello stesso gruppo di giovani neofascisti dell’area Nar e Terza Posizione. Ma quella costruzione non poggiava su una prova. Non c’era un DNA. Non c’era un’arma. Non c’era un testimone. C’erano solo somiglianze, suggestioni, connessioni ideologiche.

Nel polverone innescato il 22 febbraio del 2011, i media scrissero che c’erano due indagati.2
Ma in realtà, come scopriremo una volta acquisiti i faldoni delle seconde indagini, nessuno, a differenze delle prime indagini3, venne viene iscritto nel registro degli indagati. Ci sono sì, alcuni fascisti che vengono intercettati, pedinati, interrogati, più di altri: un fascista di Talenti oggi libero professionista a Milano, un fascista di Talenti che attualmente vive in Brasile, per cui ci fu anche una rogatoria internazionale, e Andrea Munno, conoscente di Verbano, che nel 1979 era stato anche lui a Regina Coeli, di cui ho già parlato nei miei libri. Ma soprattutto emerge il nome di Maura Gualco che, come lei stessa afferma in una telefonata con Roberto Nistri, sa chi è uno degli assassini, “il biondino con le unghie gonfie e ricurve”4.

Nel febbraio–marzo 2011 partono intercettazioni telefoniche e ambientali su alcuni vecchi neofascisti dei quartieri Montesacro, Talenti, Trieste che vengono convocati in Procura.
Ad ogni modo il risultato è: nessuna prova per chiedere un rinvio a giudizio.
Solo voci, ricordi vaghi, negazioni e contraddizioni.

Fu in quel periodo delle intrecettazioni che scoppiò la campagna stampa. La Repubblica, l’Unità, Il Tempo parlarono di killer identificati, di riconoscimenti fotografici, di un’imminente analisi del DNA. Ma negli atti non c’era nulla di quello che i giornali raccontavano. Nessun riconoscimento formale. Nessuna iscrizione nel registro degli indagati. Nessun DNA utilizzabile. La verità giudiziaria e la verità mediatica correvano su binari opposti.

Il punto è che la Procura e il ROS lasciarono che la stampa costruisse una storia che non esisteva nelle carte giudiziarie. Una storia che tenne in vita la speranza di Carla fino al giorno della sua morte, il 5 giugno 2012.

Quando le indagini, lentamente, si spensero, restò solo un’altra montagna di faldoni, un altro nulla.

E quello che rimase non fu solo un omicidio irrisolto. È il racconto di un’indagine che ha usato la memoria di Valerio, il suo dossier, la disperazione di sua madre, per costruire una pista che non portava da nessuna parte. La verità, ancora una volta, non era stata trovata. Ma la speranza di Carla era stata consumata. E questo, forse, fu l’ultimo delitto di questa storia.


E arriviamo ai giorni nostri, alla comunicazione di cui sopra: la Procura della repubblica presso il Tribunale dei minori che richiede l’archiviazione delle nuove indagini.

Ma stavolta c’è il silenzio stampa, nessun giornale dopo, i titoli roboanti del 2011 stavolta dice nulla. Zero assoluto. Perché?

​Nel fascicolo della seconda indagine a differenza di quello delle prime indagini non risultava formalmente iscritto nessuno nel registro degli indagati seppure, il fascicolo si concentrava su un ambiente ben preciso: quello dei neofascisti del quartiere Talenti, legati all’MSI, attorno ai quali si sviluppava l’attività investigativa. Molto rumore, molte attenzioni, ma nessun atto formale che trasformasse quelle piste in veri sospetti, Con la terza indagine, però, si verificò un cambio di passo. Per la prima volta, dopo 45 anni, due persone vennero ufficialmente iscritte nel registro degli indagati. Non fu un’iniziativa isolata: l’iscrizione nacque dalla collaborazione tra la procura antiterrorismo e la procura presso il Tribunale dei Minori, e quindi dal lavoro congiunto tra il Pubblico Ministero Amelio e il Pubblico Ministero Monteleone, poiché uno dei due indagati era minorenne al momento dell’omicidio.

​Le trascrizioni di numerose intercettazioni, tra cui quelle assai rilevanti; la cronologia completa dell’attività ROS 2020–2024 in cui si evidenzia una nuova ipotesi: gli assassini di Verbano erano andati a casa sua per avere notizie in merito all’attentato dinamitardo del 19 febbraio 1980 presso la sede MSI di Via Val Solda.

La prima cosa che salta agli occhi è l’autoaccusa di uno sconosciuto, legato al clan Senese, trasmessa il 25 febbraio 2021 dal PM Minisci nella quale viene intercettato mentre afferma “Sto sospettato dell’omicidio di Valerio Verbano… siamo entrati, abbiamo… hanno sparato”.

Ma in realtà non era indagato. Perché afferma una cosa del genere? E’ un mitomane?

A questa affermazione segue comunque un incomprensibile vuoto istruttorio.

E ancora, il 2 marzo 2021 il ROS scrive di aver individuato somiglianze tra: un identikit e la foto di Tanzini; altri identikit e la foto segnaletica 1986 di Dante Fabrizio, facendo riferimento anche ad acquisizioni connesse a un diverso fascicolo (omicidio dell’agente di Polizia Di Giovanni nel 1985).

Come esce fuori il nome di Dante? Da un’intercettazione a Giudici: “Stai tranquillo, non c’hanno niente”. Un dettaglio che lo stesso ROS definiva singolare: perché Giudici si sente in dovere di tranquillizzare Dante? Ufficialmente, non avrebbero dovuto avere un rapporto tale da giustificare quella rassicurazione. Da lì Dante viene indagato, da quella intercettazione telefonica. Ma non c’è nessuna reale prova contro di lui.

Resta un comportamento ritenuto contraddittorio e sospetto, perché presuppone un livello di conoscenza e coinvolgimento (o almeno preoccupazione) incompatibile con il racconto che fa Giudici: “ci conosciamo da poco, io non c’entro”.

Da questa intercettazione il Ros inizia a indagare su Dante.

Nel fascicolo compare un accenno a un possibile movente vendicativo (rappresaglia per la morte del padre di Giudici). Il memo evidenzia l’assenza di un’alternativa corretta: o lo si approfondisce seriamente, o lo si esclude motivatamente. Ma lo lasciano sospeso.

Infine dunque il 21 settembre 2023, due anni dopo l’archiviazione delle seconde indagini, vengono iscritti al registro degli indagati Tanzini e Dante.
L’indagine su Tanzini è un nodo enorme, perché se prima sembrava debole l’ipotesi del suo coinvolgimento a causa della lettera depistatoria scritta da sua madre5, perché dopo viene iscritto al registro degli indagati? Non c’è nulla di concreto se non una somiglianza con uno dei due identikit fatti da Gino de Angelis nel 19806, ma una somiglianza, seppur segnalata dal Ros, non fa una prova.

C’è qualcos’altro, sicuramente, che però il Ros non ci dice. Perché?

La richiesta di archiviazione risulta affrettata e non sorretta da un vaglio serio degli elementi sopravvenuti. Restano zone d’ombra che non vengono assolutamente approfondite: attendibilità e verifica dell’uomo che si autoaccusa, rapporto fra ambienti eversivi e criminalità comune/organizzata; valutazione critica identikit/foto; genesi reale del sospetto su Dante (come e perché emerge); ragione della riapertura su Tanzini senza una motivazione esplicita.

Anche questa indagine si chiuderà con un nulla di fatto. Nessun rinvio a giudizio. Nessuna verità processuale. Solo altre carte, altri nomi, altre promesse mancate che si aggiungono al peso di quarantasei anni di silenzi, di speranze disattese.

Alla fine, come nel 2011, restava lo stesso quadro: moltissimi atti, moltissime ipotesi, moltissime intercettazioni. Ma nessuna prova solida.

Perché riaprire le indagini su Tanzini se era già stato archiviato, e quale atto nuovo concreto giustifica la nuova iscrizione? Cosa spinge la Procura in questa direzione se non ci sono prove?
Perché Amelio nell’agosto del 2019 e ancora per tutto il 2020-2021 non vede l’ora di archiviare mentre proseguono attività tecniche e acquisizioni fino al 2025?

L’avvocato e il sottoscritto avrebbero voluto fare opposizione alla nuova richiesta di archiviazione ma di nuovo, l’erede designata da Carla Verbano non ha ritenuto di procedere.

E allora la domanda resta lì, intatta, più pesante di prima:
a quarantasei anni dall’omicidio di Valerio Verbano, chi lo ha ucciso?

“Non ci arriveranno mai”

questa è la risposta con cui possiamo chiudere questo pezzo, captata in una intercettazione ambientale ad opera del Ros il 25 febbraio 2025 (compleanno di Verbano e allo stesso tempo 45’ anniversario del suo funerale) all’esterno di una bar di Talenti, durante la conversazione di Giudici e un uomo non identificato.

1Archivio del Tribunale di Roma, fasc. 5117/79A, questura di Roma, Ufficio DIGOS, Relazione di perquisizione e sequestro 20 aprile 1979

2http://www.repubblica.it/cronaca/2011/02/22/news/omicidio_verbano_due_indagati-12766590/

3Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta, pp 173-232, Lorusso Editore, Roma, 2020

4https://valerioverbanounaferitaancoraaperta.noblogs.org/post/2022/02/23/il-biondino-con-le-unghie-gonfie-e-ricurve/

5https://valerioverbanounaferitaancoraaperta.noblogs.org/post/2022/02/20/archiviazione-definitiva-delle-indagini-sullomicidio-di-valerio-verbano/

6Archivio del giudice istruttore, Tribunale di Roma, fasc. 589/80A, IV distretto di Polizia. Verbale d’interrogatorio a De Angelis Gino, presso la sua abitazione, 22 febbraio 1980, ore 14:35.

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